Israele e Usa hanno perso la scommessa. Chi è il loro alleato in Medio Oriente ?

La brutalità del rapimento e dell’omicidio di Jamal Khashoggi solleva domande a cui Israele, Stati Uniti e tutto l’Occidente dovranno prima o poi rispondere. C’è chi potrebbe dire che si tratta di una brutalità indecente ma non troppo distante da quella perpetrata da altri dittatori o monarchi sparsi nel mondo. Ma quello che è accaduto nel consolato saudita in Turchia rappresenta un orrore difficilmente ascrivibile a un “errore”. Si tratta di un brutale assassinio. Ed è per questo che dalla morte del giornalista saudita potrebbero scaturire conseguenze politiche di fondamentale importanza.

Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno scommesso su Mohammed bin Salman. Hanno eletto il principe saudita come partner ufficiale e alleato fondamentale in tutto il Medio Oriente. Era l’uomo nuovo di Vision 2030, della cosiddetta “Pax Arabica” per il mondo arabo. L’erede al trono di una monarchia che garantisce petrolio e che contrasta il nemico numero uno: l’Iran.

Ma l’omicidio di Khashoggi conferma che i sauditi, fino a prova contraria, che Mbs è un partner inaffidabile e, in generale, un pessimo stratega. Perché ciò che è successo nel consolato saudita di Istanbul non è solo un crimine, che già di per sé meriterebbe una condanna unanime e senza compromesso, ma è soprattutto un errore. Un errore talmente brutale ed efferato che dimostra come bin Salman, a prescindere dalla moralità, sia un uomo impulsivo e assolutamente non adatto a poter gestire un Paese cui si affidano le chiavi del mondo arabo e mediorientale.

Di certo questo non è che l’ennesima conferma. Basta ricordare come è iniziata la terrificante guerra nello Yemen per capire che l’allora ministro, oggi erede al trono di Riad, non sarebbe stato un leader in grado di controllare la propria ambizione. La guerra contro gli Houthi si sta rivelando atroce, senza via di uscita, ma soprattutto fallimentare. I sauditi, nonostante l’aviazione, il supporto degli Stati Uniti, armi da molti Paesi occidentale e l’asse con gli Emirati non sono riusciti a piegare una milizia composta da ribelli.

Ma come dimenticare anche il caso di Saad Hariri, il premier libanese catturato nella capitale saudita, schiaffeggiato dai poliziotti del regno wahabita e costretto a delle dimissioni completamente false. In quell’occasione, il premier libanese si presentò in una conferenza stampa a dir poco surreale in cui, con il viso scosso dal periodo di detenzione, annunciava di abbandonare l’incarico. Poi tutto rientrò. Ma la ferita, quella politica e morale, rimane ancora aperta.

Non ultimo, il blocco imposto dall’Arabia Saudita contro il Qatar. Una scelta a dir poco infelice che ha messo in seria difficoltà tutta la strategia americana in Medio Oriente. Di punto in bianco, due alleati degli Stati Uniti nel Golfo Persico si trovavano in lotta fra loro. Bin Salman ha imposto un boicottaggio nei confronti di Doha rischiando anche di arrivare a una guerra. Rex Tillerson, allora segretario di Stato, cercò in tutti i modi di limitare i danni. Soltanto ora sembra che Washington sia riuscita a far rientrare la crisi a una tensione accettabile. Ma l’obiettivo di contenere l’Iran non ha sortito alcun effetto. Al contrario, il Qatar ha rischiato di spostarsi totalmente verso Teheran e Ankara.

Errori su errori. Cui adesso si aggiunge un crimine efferato di cui si sanno, di giorno in giorno, dettagli sempre più macabri. E anche a voler essere cinici, a voler considerare tutto come il frutto di un comportamento criminale da parte di un regime, questa volta si è superata una linea rossa. E l’opinione pubblica dei due partner occidentali maggiori, Israele e Stati Uniti, deve e sta iniziando a interrogarsi.

Come può considerarsi un regno come quello di Riad un alleato? Come si può accusare l’Iran di essere un “regime brutale” come detto da Trump anche all’Assemblea Generale e poi essere partner di un Paese che ha eliminato un dissidente? Ma anche passando dall’etica alla politica, come ci si può fidare di un leader così radicale e sostanzialmente incapace di condurre una politica razionale e strategica?

È chiaro che adesso per bin Salman le cose si mettono male. L’Arabia Saudita continuerà a servire sia a Washington che a Tel Aviv. Ma è chiaro che da adesso le cose cambieranno. La realpolitik potrà sicuramente prevalere rispetto all’etica. Ma è chiaro che questa è la goccia che fa traboccare il vaso: Mbs non può essere un alleato. E se è chiaro che Israele e Stati Uniti non potranno di punto in bianco abbandonare Riad, è altrettanto evidente che non ci si potrà più presentare di fronte ai propri elettori e al mondo come amici del regno wahabita. Siamo sicuri che ci sarà qualcuno disposto a considerare Riad migliore di Teheran?

In questi giorni, i media israeliani hanno riportato la notizia che il capo di Stato maggior, Gadi Eisenkott, ha incontrato alcuni militari sauditi a Washington. Segno che in ogni caso la partnership fra Israele e Arabia Saudita servirà, ancora, in chiave anti-iraniana. E, come scritto su questa testata, i dollari continuano a fluire dalle casse di Riad in direzione di Washington. Ma continuare con questa relazione, è un rischio che molti non sono disposti a correre. La scommessa bin Salman è persa. E il Medio Oriente, a quanto pare, ne sta pagando tragiche conseguenze.

di Lorenzo Vita @ http://www.occhidellaguerra.it/israele-usa-bin-salman/

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