Israele in Siria

di GIANCARLO ELIA VALORI
Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France

Lo stato ebraico ha già compiuto, nel massimo silenzio, oltre 200 attacchi aerei contro obiettivi iraniani in Siria, e solo negli ultimi due anni.

 Fonti non confermate, di origine nordamericana, parlano anche di un sostegno israeliano ai “ribelli” islamici che lottano contro Bashar el Assad e i suoi alleati.

 Si tratterebbe di 12 gruppi di sedicenti “ribelli” para-jihadisti che operano nella Siria meridionale, i quali contrastano sia le Guardie della Rivoluzione iraniane che i militanti radicalmente jihadisti dell’Isis.

 Naturalmente, l’intelligence di Gerusalemme controlla con estrema attenzione, e con sistemi h-24, i tre ponti che collegano le Alture del Golan con Israele; e che sono usati costantemente dalle Forze armate dello stato ebraico per sostenere sia le popolazioni del Golan che i militari che operano stabilmente in quelle zone.

 Il “sostegno umanitario” all’area, compresi i suddetti ribelli anti-Assad, è stata chiamata da Gerusalemme l’“Operazione Buon Vicino”, ma il vero fer de lance di Israele sono le missioni aeree sul cielo siriano, che sono di nuovo molto aumentate negli ultimi tempi.

 Si è passati, a Gerusalemme, da una linea di tolleranza limitata, in funzione di una analisi della evidente gravità dei “ribelli” sunniti e jihadisti operanti nel meridione siriano, ovvi nemici anche dell’Iran e di Assad, ad una postura di nettissima “tolleranza zero” per tutte le postazioni iraniane sul Golan e altrove, che ormai dominano sempre di più l’area sud della Siria; postazioni nate per realizzare il vero obiettivo di Teheran: il corridoio stabile, inattaccabile e strategico tra il Libano, soprattutto quello meridionale e centrale, e il centro universale dello sciismo, quello iraniano e duodecimano.

 Certo, l’Iran accoglie anche minoranze sunnite, che sono del tutto integrate con il regime; e che fanno spesso da collegamento operativo con le altre minoranze sunnite anti-saudite a Riyadh e altrove, ma anche gli zoroastriani, che sono una antichissima minoranza operativa tra i gruppi, armati e non, di area para-islamica in India e nell’Himalaya, in sintonia anchecon i guerriglieri sostenuti dalla Cina.

 Ma ci sono anche minoranze ebraiche, in Iran, che hanno diritto ad alcuni seggi al Majlis (Parlamento) e che comunicano spesso, malgrado la copertura dei Servizi iraniani, con la madrepatria israeliana.

 Teheran ha soprattutto, oggi, il bisogno di rompere l’accerchiamento sunnita, che è anche un’operazione, potentissima, di intelligence economica e petrolifera da parte dell’OPEC sunnita contro l’Iran.

 Ma, con eguale certezza, la repubblica sciita ha alcune solide opzioni di Grand Strategy nell’area del grande Medio Oriente, che sono ormai certe e, per certi aspetti, risultano ormai inevitabili per Teheran.

 In primo luogo, Teheran cercherà ogni occasione, anche la più tenue, per colpire Israele e gli USA se essi colpissero, a loro volta, ma duramente, interessi iraniani nell’area.

 La variabile strategica principale, per l’Iran, nel Sud della Siria, quindi è questa: Teheran non colpisce ancora Israele perché, con i suoi rifornimenti a Hezb’ollah in Libano, aspetta di compiere una nuova grande operazione estiva in tandem con le forze sciite libanesi ai bordi delle Alture del Golan, come accadde, in misura minore, nella “guerra di luglio” del 2016.

 E c’è stata anche l’azione forte della milizia sciita iraniana, in Iraq, di Hashd al Shaabi, un altro elemento per sostenere i confini a Est dell’Iran e contrastare, in questo caso, i curdi (ma molti sono gli agenti curdi anche nell’intelligence iraniana) e gli americani.

 E quindi anche il nesso tra Israele e il Kurdistan, altro asset essenziale della geopolitica di Gerusalemme.

 Il Qatar, ricco amico di Teheran, ospita però la grande base USA che organizza le forze armate, per Washington, in tutto il Medio Oriente, ad Al Udeid, ovvero presso l’aeroporto Abu Nakhlah, una base che ospita oltre 12.000 militari nordamericani e almeno 1000 velivoli.

 Un ricatto implicito, di cui Trump, giurando una ingenua fedeltà ai sunniti che sono “contro il terrorismo” (figuriamoci!) non ha tenuto affatto conto.

 Un asset che non quindi permette il pieno utilizzo, da parte di Teheran, dell’alleato libanese, e del più forte partner economico dell’Iran, l’emirato del Qatar, che ospita anche Al Jazeera, la vecchia BBC in lingua araba dell’imperialismo britannico, e soprattutto occorre ricordare che a Doha stazionano da molti anni i leader della Fratellanza Musulmana.

 La culla di ogni jihadismo sunnita contemporaneo, l’ Ikhwan, che pone però la sua base nell’Emirato più vicino politicamente all’Iran sciita e presso l’avversario storico, geo-economico e strategico-militare, dello stesso Qatar e della Fratellanza Musulmana, l’Arabia Saudita.

 Paradossi dottrinali che non sono certo casuali. Da studiare in seguito, le guerre si fanno con le religioni e i miti, quasi più che con gli AK-47. Che da quelle religioni e miti, casomai, derivano.

 Certo, la attuale “guerra d’attrito” che oppone, in Siria soprattutto, Israele e l’Iran è destinata, nel pensiero strategico israeliano, a infliggere una sconfitta psicologica all’Iran, da parte di Israele da solo, che inibisca in tempi brevi i decision makers di Teheran dallo sferrare l’attacco primario e diretto.

 L’Iran, tradizionalmente, tende a sconfiggere il suo avversario, lo abbiamo visto anche recentemente, con la grande massa (il modello con cui l’Imam Khomeini conquistò pacificamente il suo stesso Paese) numerica di soldati, mediamente armati, che scoraggi l’avversario a continuare lo scontro.

 E questo è un modello che è all’opera anche nel pensiero strategico di Hezb’ollah.

 Il modello dei Persiani alle Termopili, se ci ricordiamo i classici.

  Ma i trecento di Leonida si sacrificarono tutti, quasi nessuno escluso.

 “dei morti alle Termopili /gloriosa è la sorte, bella è la fine” recita l’epitaffio di Simonide che ancora si legge proprio sulla collina che sovrasta le Termopili.

 Due però sono i punti deboli della Grand Strategy iraniana contro Israele: in primo luogo la forte debolezza sociale ed economica del regime, che spinge i dirigenti di Teheran a creare guerre di attrito “fuori”, per creare una rapida unità patriottica “dentro” e, magari anche inviare le sue masse pericolose al fronte.

  I curdi, durante la rivolta per il loro sostegno ai fratelli curdi iraqeni del 2017, agirono in modo tale da mettere in gravissima difficoltà la sicurezza iraniana; mentre gli azeri, nel 2006, hanno incendiato gli edifici governativi del loro Nord-Est iraniano, per non dimenticare  poi la colossale “Onda Verde” del 2009, dopo la rielezione di Mahmoud Ahmadinedjad, sono tutti questi i segni che le vastissime minoranze della Repubblica Islamica dell’Iran sono tali da mettere in gravi difficoltà la stabilità del regime. E la povertà di massa giocherà il suo triste ruolo.

 Se quindi, ci fosse un attacco contro le postazioni iraniane in Siria da parte di Israele, Teheran è probabile che non possa reagire con uno strike militare diretto e significativo contro l’attaccante.

 La vera reazione, e forse l’unica, sarà per gli sciiti iraniani quella di operare con Hezb’ollah in Libano, o con le minoranze sciite nel Bahrein oppure, ancora, con un ulteriore sostegno alla rivolta degli Houthy nello Yemen.

 Ma, certamente, un corretto e intelligente stratega militare non compie il grave ed eterno errore di sottovalutare l’avversario; e quindi prende in considerazione almeno altre tre variabili: in primo luogo vi è la possibilità di un attacco missilistico da parte del Jihad Islamico tra i Territori dell’ANP e la Striscia di Gaza, insieme con Hamas, organo ufficiale della Fratellanza Islamica; e quindi facilmente contattabile e addestrabile, via Qatar, dall’Iran.

 Ipotesi numero due: una azione di Hezb’ollah anche tra le Alture del Golan, usate però soprattutto come retrovie e come aree di disturbo, e la tradizionale linea sciita del Litani tra Libano e Israele, secondo il modello, che gli sciiti libanesi considerano ancora vincente, della “guerra di luglio” del 2006.

 Poi, terza opzione, un attacco terrestre-marittimo, ma sempre di forze speciali, locali o con inserimenti da parte dei Pasdaran, dal Qatar o dalla Siria, ma passando da Deir er -Zor o, dall’altra parte della Siria, a lato delle forze turche a sud di Damasco.

  Basta poco, infatti, per una defamation di Israele come “feroce attaccante” contro i “poveri contadini libanesi o siriani”; e per raccogliere rapidamente un breve ma colossale consenso dalla “piazza araba” ovunque in Medio Oriente.

 Malgrado la retorica, Teheran non vuole e soprattutto non può “distruggere” Israele, ma oggi la repubblica sciita intende creare molti punti di attrito con Gerusalemme, soprattutto fuori dai tradizionali luoghi di scontro, soprattutto con azioni di commando ai bordi dello stato ebraico; ma soprattutto dal mare. Una miriade di piccoli colpi, che facciano male quanto un potente strike.

 Come fu, in certe fasi, dal mare e con molte e piccole operazioni ferocissime, la strategia dell’OLP.

 Altra base stabile della Grand Strategy è sempre, per l’Iran, la forte importanza delle strategie indirette e, soprattutto, oggi, della cyberwarfare.

 Serve soprattutto a ridurre il peso delle sanzioni e, in maggior misura, a mantenere la UE amica del regime sciita.

 Gli europei, come tutti quelli che sanno di dover diventare presto poveri, pensano solo ai soldi, ovvero ai ricchi contratti che l’Iran concede selettivamente e “politicamente” alle imprese della UE che entrano nel loro mercato nazionale.

 Peraltro, la penetrazione dei capitali arabi e islamici in Europa è rilevante non solo per la loro entità, ma per il loro significato politico e strategico.

 In tutto il mondo, la finanza islamica dovrebbe arrivare ad una quantità di assets, nel 2021, di ben 3,5 trilioni di Usd, dai 2 attuali.

 Ma sono già 109, tra le 622 nel mondo, le istituzioni che provvedono alla “educazione alla finanza islamica” nella sola Europa.

 Da ciò deriva, come è facile immaginare, una fortissima permeabilità, sotto l’ombrello retorico del politically correct, delle classi politiche EU alla finanza, alle pressioni ideologiche, alle cordate, alle mediazioni d’affari, che provengano dalla finanza islamica e dalle proprietà e investimenti islamici, già colossali, nei vari Paesi UE.

 Oggi, almeno in Italia, sia le c.d. “destre” che le ugualmente cosiddette “sinistre” hanno solo una minoranza, sia pur variabile nei numeri, di politici di professione apertamente filo-israeliani.

  La “battaglia per l’Europa”, come la chiamava Raymond Aron, è stata persa a suo tempo dal “Patto di Varsavia” contro la NATO, e qui lo diciamo per semplificare, ma oggi ciò che contrasta con i vecchi, tradizionali obiettivi dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica è proprio l’islam, in tutte le sue forme, dal jihad “della spada” a quello degli affari e del “dialogo”; il quale Islam, con ogni probabilità, vincerà la vera battaglia tra le vecchie due “grandi praterie”, Usa e URSS, utilizzando l’Europa come retrobottega finanziario, strategico, industriale (il Credit Suisse è al 5% di proprietà del Qatar, per non parlare del resto, Volkswagen, Siemens e tanto ancora) e come area di copertura futura per le sue azioni militari e indirette contro Israele e contro gli altri interessi e alleati europei e Usa in Medio Oriente.

 Ma torniamo a Israele, in contrasto strategico con l’Iran attraverso il nesso fondamentale tra i due, la Siria.

  Inevitabile punto di snodo di ogni operazione che Gerusalemme possa fare contro Teheran e, ancora più probabilmente, viceversa.

 L’Iran, con la sua “guerra asimmetrica”, l’unica che attualmente svolge costantemente, colpirà in primo luogo gli Stati Uniti, alleato necessario ma non sempre concorde con Gerusalemme, per isolare da subito lo stato ebraico; ma poi andrà a colpire direttamente Israele e, in simultanea, le potenze del Golfo avversarie dello sciismo: l’Arabia Saudita, il Bahrein, magari innescando qui una guerriglia tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita al potere, il Kuwait e magari ancora altri.

 L’Unione Europea farà, come dicono i giuristi italiani, “la figura del convenuto”.

 Se quindi la tensione continuerà, soprattutto in Siria, per entrambi gli Stati, Israele e la Repubblica Islamica dell’Iran, ci potrebbe essere una escalation, che avverrà soprattutto in territorio siriano o comunque nel nesso strategico tra Siria e Libano.

 Una guerriglia dal Nord che potrebbe anche essere innescata dal solo Jihad Islamico palestinese e anche da Hamas, ma solo a distanza e in coordinazione con Hezb’ollah e Iran a Nord.

 Ma questo potrebbe anche ingenerare, nei decisori Usa o i quelli israeliani, la tentazione di uno strike nucleare o di una operazione convenzionale e N.

 Variabile molto importante: l’uso, da parte dell’Iran, degli accordi economici con l’UE, che potrebbero diventare essenziali. Un “patto geo-economico” con gli sprovveduti europei che Teheran potrebbe giocare come strumento anti-Usa.

 Hezb’ollah ha già, comunque, le armi che gli strateghi Usa chiamano game changer, quelle che possono cambiare le carte in tavola.

 Israele, nell’ acuirsi, da tempo, della sua tensione in Siria contro le forze iraniane operanti laggiù, pensa oggi ad alcune variabili strategiche primarie.

 In primo luogo, Gerusalemme non è del tutto convinta della totale affidabilità filo-ebraica di Washington e delle attuali posizioni americane in Siria.

 Trump tutto vuole meno che inviare (altre) truppe in Siria, e comunque i campioni locali degli Usa hanno già fatto, nel quadrante siriano, una pessima figura.

 Come amava ripetere un vero filoamericano, Francesco Cossiga, “gli americani sono sempre sul piede di guerra, poi quando la fanno non sanno più uscirne bene”.

 Gerusalemme non può nemmeno fare interamente affidamento sui suoi buoni rapporti con la Russia di Vladimir Putin, relazioni che pure hanno portato fino ad oggi a buoni risultati nella guerra siriana.

  Stavo per scrivere siriaca, come quella tra i romani e l’impero seleucide, Siria, Persia, Asia Minore e Mesopotamia, terminata nel 188 a.C.

 La tensione numero uno tra Mosca e Teheran è quella nello Yemen della rivolta Houthy, quando i russi si sono fortemente risentiti con l’Iran per l’assassinio dell’ex-presidente Ali Abdullah Saleh, un loro vecchio sodale, avvenuto il 5 dicembre 2017.

 Mosca non vuole neanche deteriorare i suoi ottimi rapporti con un nuovo e importante alleato, l’Arabia Saudita.

 La Federazione Russa non vuole, soprattutto, un intervento in forza degli Usa, ovunque in Medio Oriente.

 E la presenza, agli inizi della guerra in Siria, di poco efficaci militanti dell’”Esercito Libero Siriano” e di qualche banda di quasi jihadisti addestrati dalla CIA o dal Dipartimento di Stato, subito corsi a unirsi alle forze dell’Isis, ha causato, tra gli altri fattori, la presenza russa in Siria.

 Mosca vuole soprattutto creare failed states in Medio Oriente, dipendenti dalla Russia, e evitare ogni e possibile focolaio ulteriore di tensione.

 Teheran vuole la stessa cosa, come disse Francesco I: “mio fratello Carlo V vuole la stessa cosa che voglio io” ma era il Ducato di Milano.

 Ma con una leadership propria, ovviamente.

 Gli iraniani dicono spesso di essere “una forza di stabilizzazione” in tutto il Medio Oriente, ma le operazioni di Hezb’ollah in Siria, l’unica vera forza armata sciita seria, a parte i Pasdaran iraniani, che pure la addestrano, dimostra l’esatto contrario.

 Ma Mosca vuole la sua forte egemonia nell’area, e non vuole dividerla con nessuno.

 Israele, che è isolato ai suoi confini e non interseca interessi strategici russi, è già, per Mosca, un amico perfino più affidabile dell’Iran, almeno in prospettiva.

 Come dice un vecchio proverbio ebraico, “amico non è colui che ti asciuga le lacrime, ma chi non ti fa piangere”.

 Quindi la Russia avrà una lunga fase di verifica strategica, in Siria e altrove, da parte di Gerusalemme.

 Poi, gli americani sono intenzionati a rafforzare i dialoghi sulla pace in Siria, tra Ginevra e Astana.

 Astana è un gioco, per la trattativa di pace siriana, soprattutto tra Turchia e Russia, gli iraniani sono arrivati nella capitale kazaka, accolti da freddi sorrisi, dopo.

 Usa e Giordania sono oggi solo “stati osservatori”, ad Astana, ma la diplomazia statunitense sta aspettando che ci sia qualche risultato, oltre le “zone di de-conflitto” già definite, per entrare pienamente in partita.

 Certo, gli Stati Uniti vogliono, ora, la totale uscita dell’Iran dal conflitto siriano.

 Sarà la loro carta, impossibile da giocare fino in fondo.

 Trump ha poi parlato recentemente di uno sforzo “indefinito” delle Forze Armate e della diplomazia americane per imporre una pace a Damasco.

 Ovviamente, altro problema, la polemica costante e durissima di Israele contro l’Iran avvicina lo stato ebraico, paradossi della storia, all’ Arabia Saudita e agli Emirati.

 Qualche rapporto tra i due Paesi è avvenuto, anche nel campo della sicurezza e dell’intelligence.

 Un doppio risultato di grande importanza: Israele non ha più i suoi nemici giurati, pericolosissimi, nella penisola arabica, il che è un grande risultato per la sua sicurezza.

 Ed anche una occasione da parte di Israele per entrare, via Riyadh, nell’area dei rapporti petroliferi e politico-finanziari che contano davvero, nel mondo arabo.

 Un Israele che non è più sulle lance dell’Islam sunnita, che anzi dichiara a tutti di essere alleato di quella che anticamente essi chiamavano, come oggi solo gli iraniani, l’“entità sionista”, è un grande successo per Netanyahu e per la global strategy israeliana.

 La tanto auspicata, fin dai tempi di Ben Gurion e del mio caro amico Shimon Peres, securizzazione di Israele ad Est.

 Intanto, l’economia iraniana si sta gravemente deteriorando, e questo può creare il classico effetto della guerra diversiva.

 E, ovviamente, di massa.

 Già nel settembre scorso le “Guardie della Rivoluzione” iraniane, i Pasdaran, hanno dichiarato di aver attaccato, con i loro missili, dei dissidenti curdi di origine iraniana con base in Iraq.

 Anche il “Partito Democratico del Kurdistan Iraniano” può essere quindi letto come un pericolo, mentre, peraltro, la Turchia bombarda dal cielo, con costanza, le postazioni curde del PKK nelle montagne del Qandil.

 Ecco, la strategia di Israele oggi potrebbe ricordare, in questo caso, a parte future e pericolose infiltrazioni sciite nell’asse sirio-libanese, il vecchio motto di Mao Zedong: “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”.

 

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