Jihād

Il jihād è un convincimento  musulmano – ma non solo – molto importante, direi “fondamentale” per quella parte di islamici che professano il ritorno alle origini ed alla tanto ricercata purezza della età dell’oro.

Diciamo fin da subito che per argomentare siffatto concetto sarebbe opportuna una accademica esegesi, iniziando dalle fattispecie antropologiche proprie dell’universo estremista;  peculiarità, queste, però impossibili da decifrare in quanto la vita spazio-temporale dello jihādista si riflette in troppe e differenti contesti.

C’è da dire che questa rimane sempre e comunque una materia d’attualità, spesso stravolta per convenzione o convenienza, per lo più politica,  da quella parte di Mondo che vuole, perché di questo si tratta, criminalizzare o difendere a prescindere.

Invero, ed in estrema sintesi: la Jihād è un atto volto alla trasformazione della realtà, nel modo più chiaro e diretto possibile.

Ma quale realtà ?

Il significato originario di jihād sta a significare “lo sforzo“,  inteso come “sforzo sulla via di Dio” ed, etimologicamente, il riscontro della radice j – h – d  non richiama al combattimento e l’uccisione, bensì all’impegno personale.

Tale riconosciuto pensiero, evidentemente, risulta essere ben lontano dalla “tradizione” e speculazione occidentale, o meglio “orientalista”,  che necessariamente necessita nella propria autodefinizione al fine di essere  “la migliore”, quindi in netta protezione col “non conosciuto”.

È doveroso ricordare pertanto che, dal ritorno dalla “Grande Guerra”, il Profeta raccontava di esser tornato dal jihād al-asghar (piccolo jihād), in contrapposizione con il jihād al-akbar (grande jihād) riferito allo sforzo interiore individuale nel distaccamento dalle cose terrene che allontanano da Dio.

E questo risulta essere il concetto, quasi universalmente riconosciuto,  dell’Islam moderato: la “guerra” interiore  e “l’impegno spiritual-individuale per e contro se stessi” risultano essere “sforzi” ben più importanti delle maggiormente note accezioni “militari” ed austere.

A tal uopo è doveroso menzionare il Corano 2:256: “è vietato uccidere donne, bambini e anziani, o il divieto di tagliare gli alberi. La fede comunque non deve essere imposta. Non vi sia costrizione nella fede“.

Allo stesso tempo, però, il jihād ortodosso e  radicale, fa riferimento a questo particolare versetto Corano 9:29: “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.”

Sono proprio questi i versetti, antitetici per definizione, che affascinano l’estremista massimale,  il politico inadeguato o il giornalista parteggiato. 

Ma in merito, gli studi del periodo classico sono, comunque, concordi nel distinguere quattro modi per distinguere il jihād:

  1. Animo
  2. Parole
  3. Mano
  4. Spada

(La “spada”, nella sua accezione armata, è per la stragrande dei musulmani essenzialmente a carattere difensivo, inteso come obbligo comunitario legale utile esclusivamente alla protezione della comunità religiosa, anche non islamica)

Da una parte, pertanto, il Corano condanna fermamente l’oppressione dei più deboli, mentre dall’altra esplicita fermamente l’utilizzo della forza: tale contraddizione genera pertanto problematiche ed interpretazioni  difficilmente risolvibili, ma storicamente spiegate se si considerano i periodi in cui sono state scritte, ovvero il periodo meccano (spirituale e passivo) e quello successivo medinese che voleva una comunità islamica ormai forte ed omnicomprensiva.:

Tale dicotomica dualità interpretativa risulta essere di pericolosa e grande interesse,  ed anche parte di un parimenti trascorso radicale già vissuto, anche in Italia: dobbiamo ricordare, infatti, che trecento brigatisti, appoggiati da settecento basisti, tennero in scacco una Nazione durante i cd “anni di piombo”, ed il tutto per una differente interpretazione dello stato sociale.

Concludendo, tale veduta, o meglio inconciliabile convincimento, risulta destinata ad essere discrezionalmente utilizzata sia dal moderato islamico che dall’estremista radicale, che….tuttavia…hanno una cosa in comune:

“Islām dīn wa dunya wa dawla”: l’islam è religione, vita e Stato. 

Mike Sierra 03

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